Pagina dedicata ai lettori: pareri, articoli, avventure librarie, resoconti di piacevoli ritrovamenti.
Potete inviare i vostri testi a info@henrybeyle.com
Un articolo di Alessio Piras
Quartiere Bovisa, periferia nord di Milano. Nebbia fitta, freddo, il passaggio del tram scandisce la giornata di quest'angolo di città. La Henry Beyle occupa un appartamento al piano ammezzato della palazzina al numero 52 di Via Maffucci. Due stanze separate da un corridoio, in ogni angolo libri antichi e nuovi, edizioni rare, di pregio e su un tavolo di vetro le pubblicazioni della casa editrice. Vincenzo Campo ce le mostra con orgoglio, l'orgoglio di chi ha curato ogni minimo dettaglio di questi libri che, parole sue, devono «essere piacevoli come oggetti e al contempo raccontarci una storia». Leggi tutto l'articolo
Un articolo di Luigi Mascheroni
Se si pensa che il rapporto più difficile tra due persone sia quello fra marito e moglie, è perché non si è mai avuto a che fare con un editore in quanto autore, o con un autore come editore. Leggi tutto l'articolo
Nel link che segue un articolo del Corriere della sera sull'attività della casa editrice
Un articolo di Mirella Appiotti sulla HB
L’Editore, come Gadda: «Per favore, lasciatemi nell’ombra». Ma dall’ombra Vincenzo Campo (lunga esperienza nell’officina del libro, il suo lavoro, per il catalogo storico dei Meridiani Mondadori, un gioiello), è saltato, due anni fa, in scena, con i primi titoli della sua sigla, la «Henry Beyle» (ovvero Stendhal, il gioco del doppio?). Aprendo una superfina «partita» della riscoperta, del «piccolo e geniale», del libro «peso piuma» solido come cattedrale, delle 30 pagine da «tagliare», appena 575 esemplari, carta «vellutata» Zerkall-Buetten, stampa a piombo, nessun sospetto di snobismo, il desiderio di parlare ai «vicini» quanto ai «lontani». E chi siano gli autori, peraltro famosissimi, metti un Ardengo Soffici, eventualmente andarsene a informare, poi leggere, in un’America sognata, la caccia del pittore-narratore al suo amico Prezzolini (che nel catalogo milanese figura, non per caso, con una Primavera a New York).
Copertine sabbiate, solo il titolo in colore, un ipertesto che «in alcuni casi rimanda all’autore»: l’azzurro per il Saba dei Consigli ai bibliofili e Storia di una libreria (quell’«antro» meraviglioso di via San Nicolò a Trieste) «ci sono versi famosi sul turchino e sull’azzurro nel Canzoniere; per Prezzolini il verde del Central Park». Verde anche per Papini (tutto si tiene) di Il libraio inverosimile, l’ometto che rifiuta di vendere e perfino di leggere anche uno solo dei tomi accidentalmente ereditati, quasi un altro Bartleby; il marrone per Marino Moretti, deliziosamente presente con Chi vende libri acquista case, peripezie forse autobiografiche di uno scrittore che investe il suo gruzzolo in appartamenti, alle prese con un’inquilina dalla quale viene gratificato con il lancio di un suo libro...
Microepopee racchiuse in due collanine wunderkammern (oltre a un assaggio di narrativa molto speziato grazie a La dama selvatica di Mazzaglia): la «piccola biblioteca dei luoghi letterari» e la «piccola biblioteca degli oggetti letterari», quest’ultima, per ora, la più ricca con Buzzati, Ansaldo, la saga dei Sedili di Munari, nel 2012 Valentino Bompiani, tra pochi giorni la doppietta di Perec: dopo l’arte di riordinare i libri, le sue Considerazioni sugli occhiali: storia, mode, uso, bas bleu, proverbiale destino («bonjour lunettes, adieu fillettes»).
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 29 ottobre)
Sono passati oltre settant' anni, ma la domanda è ancora di stretta attualità: far pubblicare un romanzo è più difficile o più facile di una volta? Se lo chiedeva Dino Buzzati nel 1937 in un articolo scritto per «La Lettura», il mensile letterario del «Corriere della Sera» con il quale collaborava, e che oggi le edizioni Henry Beyle ripubblicano (con una nota di Giorgio Lucini, pp. 48, 25) in una collana dalla veste elegante e curata: la Piccola Biblioteca degli oggetti letterari, di cui fanno parte anche Raffaele Carrieri, Umberto Saba, Giovanni Ansaldo e Georges Perec. Una scelta felice quella di riportarlo alla luce, per diversi motivi. Intanto perché offre uno spaccato del mondo editoriale dell' epoca, oltre che dei sentimenti, delle speranze, delle illusioni che attraversavano allora gli aspiranti scrittori (non molto diversi da quelli che li animano adesso); e poi perché, pur trattandosi di un pezzo giornalistico, rivela il punto di vista di un Buzzati scrittore - non ancora pienamente affermato - sulle difficoltà e le insidie legate alla pubblicazione di un libro e più in generale sulla scelta di intraprendere la carriera di scrittore. Nel 1937, Dino Buzzati, al «Corriere» da nove anni, aveva già pubblicato i suoi due primi romanzi brevi, Bàrnabo delle montagne e Il segreto del Bosco Vecchio. Quindi, l' esperienza personale, unita allo scrupolo giornalistico, gli torna utile per stilare un piccolo vademecum di regole, consigli e ammonimenti utili ancora oggi agli scrittori in pectore. Soprattutto per quel che riguarda il primo romanzo, cui, avverte Buzzati, è dedicato l' articolo; quando cioè «si tratta di spezzare l' incantesimo, di varcare la barriera che separa la folla anonima dalla cosiddetta classe degli scrittori». Sono consigli semplici, alcuni addirittura tecnici (il numero delle righe di ogni cartella «24 o 25, larghe 15 o 16 centimetri», le percentuali dei manoscritti pubblicati, le cifre di vendita, il costo, l' utile, i generi appetibili... ); consigli, divisi in capitoletti, che vanno dal non consegnare il lavoro scritto a mano, ma nemmeno rilegato con decorazioni («che sviano l' attenzione del lettore e lo inducono a diffidenza»), al non dare l' impressione che il lavoro sia più lungo di quanto non sia spaziando eccessivamente la scrittura, dall' evitare la retorica, «le roboanti circonlocuzioni, le sfatte espressioni da canzonetta d' amore», all' invito a scrivere con semplicità e di ciò che si conosce. Senza tralasciare suggerimenti di comportamento: rileggere il manoscritto dopo averlo tenuto qualche mese in un cassetto («quanti libri inutili e brutti di meno sulle bancarelle»), non cercare raccomandazioni, non tartassare di telefonate l' editore. Finché ecco arrivare la risposta alla domanda iniziale. Oggi, scrive Buzzati nel 1937, fare pubblicare un romanzo è più facile che in passato. Anzi, è «troppo facile», tant' è vero che «non c' è sfogo di grafomane che non trovi il suo stampatore». Quando invece «un libro che possa chiamarsi libro dovrebbe costituire la giustificazione di un' intera vita, dovrebbe soprattutto essere scritto per una reale necessità interiore». Un po' quello che, con altre parole, lo stesso Buzzati aveva confidato all' amico Arturo Brambilla due anni prima, nel 1935: «Ho deciso, o meglio avrei deciso che mi guarderò dal far stampare un altro libro se non sarò sicuro assolutamente di aver fatto una cosa in gamba». Quel libro, uscito nel 1940, sarebbe stato Il deserto dei Tartari.
Vigano' Lorenzo
Sull'inserto domenicale del sole 24 - 21 novembre 2010 - trovate, a firma Stefano Salis, una recensione a Perec, Brevi note....
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UN LIBRO PER BIBLIOFILI DAI GUSTI RAFFINATI
E’ un libro scrigno dalle cui pagine si diffonde l’odore antico dei libri rari.
Il
sabato del bibliofilo di Raffaele Carrieri è un testo per chi nutre la passione
delle preziose carte filigranate, delle legature sontuose, degli incunaboli e delle
edizioni limitate. Stampato in sole 600 copie, di cui 71 esemplari contenenti acqueforti-acquetinte di Walter Valentini, per i tipi dell’editore milanese Henry
Beyle è esso stesso un libro prezioso, per veste e contenuto. Si racconta
degli incontri provocati dai libri, in una sezione antiquaria della libreria Hoepli a
Milano. «I ventiquattro gradini lisci e bianchi dell’antiquariato dividevano il
purgatorio dal paradiso». E lì come acrobati-funamboli, avidi di letture di
classici, romanzi e avventure di viaggio, astronomia o belle arti, si
ritrovavano, ogni sabato, a confabulare i compratori e amici, iniziati dal
bibliofilo Filippo Piazzi, alla ricerca del segreto piacere di sfogliare tomi con
fregi d’oro e scoprire codici e miniature appartenuti ad Alfonso d’Aragona,
bibbie stampate su pagine di raso. E cattedrali di pergamena si aprivano
alla vista dei pochi adepti.
Antonella Lippo, Corriere del mezzogiorno 21 novembre 2010
Un'altra recensione al volume di Carrieri apparsa sul numero di marzo della rivista Charta:
I libri, nella loro essenza di oggetti culturali e di manufatti artigianali, hanno il potere di rievocare epoche, momenti, atmosfere, luoghi, personaggi. Dopo 73 anni viene fortunatamente ristampato in volume questo piccolo gioiello editoriale che uscì dalla penna di un grande poeta, oggi quasi dimenticato, appassionato di libri, di letteratura, di quadri e di vita. Carrieri lo scrisse nel 1936 e se lo fece stampare da Pietro Vera a Milano in 500 copie fuori commercio per gli Amici del libro; curatore dell’elegante plaquette fu Giovanni Scheiwiller, padre di Vanni. Ma il fulcro di questi “sabato” dedicati ai bibliofili milanesi era la Libreria Hoepli dove era responsabile della sezione antiquaria il napoletano Mario Armanni, deus ex machina dell’intera iniziativa antiquaria. Armanni condivideva con l’altro napoletano Tammaro De Marinis lo status di libraio antiquario e umanista, essendo entrambi profondi conoscitori e studiosi dell’arte nera che, soprattutto De Marinis (anche relativamente alla rilegatura aragonese), celebrarono in importanti saggi bibliografici. Oggi questo libercolo, come l’avrebbe definito Croce, torna ad allietare il raffinato palato dei bibliofili e dei cultori del libro; e nello stesso tempo restituisce l’antico profumo di una Milano d’antan, di gesti ormai perduti, di una civiltà perfezionata dalla cultura e dalla signorilità; insomma una madeleine proustiana, un dono a chi non ha mai conosciuto, ed è la maggioranza, la Milano che fu, dal titolo di un bel libro di Alberto Vigevani, il quale per meriti sul campo (librari ed editoriali) è parte integrante di quel mondo. E torna grazie alla passione di Vittorio Campo, già ideatore della bella Collana “La lettura” per la sigla napoletana Filema; torna grazie alla sua voglia di farsi microeditore di qualità, Edizioni Henry Beyle, omaggio stendhaliano, di cui questo è il primo titolo pubblicato e ci sembra ottimamente bene augurante. I “sabato del bibliofilo” (vedi Charta, n. 43) furono una iniziativa di Armanni per conto della libreria antiquaria Hoepli, nata nel 1881 e diretta dal 1914 dallo stesso Armanni. Alla fine degli anni Venti iniziò a organizzare, prima nella sede di Galleria De Cristoforis (scomparsa) quindi in quella di Via Berchet, una vendita settimanale di libri antichi e rari “scelti – come scrive Carrieri – nel vasto deposito blindato come una prigione americana”. Era Armanni che curava per l’intera settimana la scelta dei volumi che avrebbe esposto per la vendita, ma non pubblicava cataloghi. Chi voleva partecipare doveva recarsi di persona a visionare ogni singolo volume. Sui grandi tavoli venivano ordinatamente esposti qualche incunabolo, cinquecentine, aldine e volumi illustrati, bodoniani e legature alle armi, ma anche tanti volumi di minor pregio estetico ma di eguale importanza testuale, in modo da poter accontentare tutte le tasche (tra le quali quelle di un novello libraio e frequentatore dei “sabato”: Umberto Saba). Nello stesso anno venne anche stampata una simpatica meditazione poetica di Gigi Raimondo, Genesi vita e avvenire del “Sabato dei Bibliofili”. Questa ristampa dell’opuscolo di Carrieri è un piccolo gioiello tipografico di chiaro sapore ricciardiano: carta Zercall-Bütten, carattere Garamond corpo 12, stampato da Campi a Quinto de’ Stampi di Rozzano (toponomastica tipicamente scheiwilleriana), in 600 es. La tiratura de tête (in 100 e in 21 es.) contiene invece una e due acqueforti-acquetinte di Walter Valentini, tirate al torchio da Giancarlo Sardella su carta Revere Magnani di Pescia. Ma anche la tiratura ordinaria si distingue per la sobria bellezza, la qualità e la purezza tipografica. E pazienza se il diavoletto-tipografo ci ha messo la coda in quel colophon, peraltro così ampio, mutando il titolo in Il sabato del bibliografo. Ma Carrieri avrebbe sicuramente gradito e sorriso.
Massimo Gatta
Raffaele Carrieri
Il sabato del bibliofilo
Milano, Henry Beyle, 2009
€ 20, p. 56
€ 120 la tiratura con 1 acquaforte-acquatinta di Walter Valentini
€ 240 la tiratura con la suite completa di 2 acqueforti-acquetinte

La prima recensione al nostro volume------------------------------------------------------------------------------------------ CARRIERI/VALENTINIHoepli: il sabato del bibliofilo
A Venezia, nel 1960, il Sodalizio del libro pubblica Ritratti su misura, a cura di Elio Filippo Accrocca. Fra questi, Il sabato del bibliofilo di Raffaele Carrieri (1905-1984), poeta, scrittore, doganiere, marinaio, giornalista e critico d' arte. Mezzo secolo dopo, Il sabato viene ripubblicato, con le grafiche di Walter Valentini. Il titolo si deve alla libreria Hoepli di Milano che dedicava ai bibliofili un giorno alla settimana. «Eravamo modesti dannati - ricordava Carrieri -. Ci si muoveva come in un giardino di famiglia: fioriva la scienza, fioriva la poesia Sentivamo l' esemplare raro come il rabdomante l' acqua. Bastava odorarli». Fra i personaggi ricordati, Giovanni Scheiwiller e il commesso Armanni, umanista napoletano, cui Carrieri era grato «come sogliono essere i poveri quando si permette loro di sognare cose impossibili». S. Gr. IL SABATO DEL BIBLIOFILO di Raffaele Carrieri e Walter Valentini Edizioni Henry Beyle, pp. 54, s.i.p. Grasso Sebastiano |

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